• Diana Letizia

"Clebs": in 18 minuti scorre l'eterno dolore dei cani privati della libertà

Aggiornamento: 4 nov 2020




English version below, scroll down

In quanti modi si possono chiamare i “cani di nessuno”? Basterebbe una sola parola per definirli nel migliore dei mondi possibili: liberi. Senza un padrone, in un Pianeta che non è abitato solo da esseri umani e che vede la presenza della specie all’80% non nelle nostre case ma proprio in giro per la Terra senza guinzaglio, pettorina o collare che sia.


E mentre ci si perde tra termini e definizioni nelle scuole di pensiero divise tra educazione e addestramento, per capire quanto siamo lontani dalla conoscenza del “migliore amico dell’uomo” basterebbe partire già solo dalla considerazione che non si sa nemmeno quanti siano i cani sul Pianeta (nemmeno in Italia a dirla tutta) che vivono indipendentemente da noi e che spesso, anzi, ne subiscono la presenza.





Clebs”, della regista marocchina-svizzera Halima Ouardiri è un cortometraggio che mostra in tutta la sua cruda semplicità quasi l’inutilità di qualsiasi confronto sulla natura del cane nel momento in cui è e continua a essere privato - in natura in questo caso ma anche sempre più spesso tra le mura domestiche - della sua essenza.  E’ un pugno nello stomaco diretto principalmente agli indifferenti, a coloro che non considerano nemmeno gli altri esseri viventi in generale, i cani nel particolare. Ma è anche un colpo dritto in volto a tutti coloro che provano con forza e passione a far comprendere per traslazione quanto sia importante restituire individualità anche al cane che ci è vicino: il “pet” che vive in famiglia, il cui destino è, nel bene e nel male, legato al nostro.


Halima Ouardiri ha varcato la soglia del rifugio aperto da Michèle Augsburger a Taroudant, in Marocco, a pochi chilometri di distanza da Agadir. Un terreno di terra ocra e fango in cui sono confinati oltre 700 cani da un paio d’anni, ovvero da quando è fallito il progetto di sterilizzazione e castrazione della sua associazione “Le coeur sur la patte”. Un lavoro sul territorio che era finalizzato alla reimmissione dei cani liberi nelle strade per gestire il fenomeno del randagismo e che è stato bloccato, nonostante un accordo di non uccisione, dopo un massacro compiuto nell’aprile del 2018 da parte delle autorità locali.


Qui il Web Doc che racconta la storia dei cani di Taghazout, uno dei paesini dell’area in cui la Augsburger ha operato.

Il patto tradito ha obbligato Michèle Augsburger a fare ciò che ha ritenuto essere l’unica soluzione per poter continuare a salvaguardare gli animali:chiuderli in un “non luogo” e aspettare, si spera, tempi migliori in attesa di un decreto reale che finalmente obblighi i singoli Caid (i responsabili dei comuni delle città marocchine) a non procedere più a uccisioni di massa in cui sono eliminati anche i cani vaccinati e sterilizzati e nonostante una direttiva del ministero degli Interni che da novembre 2019 mette al bando le uccisioni indiscriminate che, invece, continuano a esserci.


Nel video l'intervista a Michèle Augsburger dopo il massacro dei cani di strada nell'area di Agadir


Nulla è cambiato, però, da quell'aprile del 2018. Anzi, recentemente di nuovo pistole e avvelenamenti hanno lasciato sangue e  carcasse per le strade, mentre nel canile di Agadir, non più gestito da “Le coeur sur la patte”, si assiste a episodi di cannibalismo e morti atroci per fame e sete come spesso riporta su Facebook anche Morocco Animal Aid, altra Onlus che opera sul territorio.


“Clebs” è una finestra sul silenzio da cui “si suicidano”, affacciandosi, tutte le dissertazioni pro animaliste e a tutela dell’individualità di ogni singolo cane. E’ una panoramica feroce e concreta del dato di fatto che nel mondo i cani liberi finiscono sempre più spesso o decimati o confinati in non luoghi come quello che mostra Ouardiri. Posti dove nel caso specifico, sia chiaro, sono stati rinchiusi per quell’anelito estremo di tutela che pervade almeno in partenza l’anima nobile di molte persone, ovvero per risparmiargli una morte a colpi di fucile o avvelenamenti nelle strade di Agadir e dei paesi limitrofi ma che poi si traduce in una continua e esasperante attesa di qualcuno che li adotti mentre continueranno ad arrivarne altri ed altri ancora. 


E questo in diverse latitudini del Pianeta, non certo solo in Marocco. Nel Sud del mondo tutto, dove i randagi esistono e la verità è che i cani non sono semplicemente di nessuno, ma sono considerati “ nessuno”. Come del resto accade dentro i confini di un’Italia separata a metà anche dal punto di vista proprio del rapporto con i cani, in cui al Nord non esistono più, praticamente, quattrozampe liberi in giro per città, paesi e periferie e nel Meridione si “lotta” nel migliore dei casi tra idee diverse su come contribuire perché il randagismo non sia un problema ma una risorsa. 


E i 18 minuti di durata del corto si congelano così in un tempo che sembra eterno nel rifugio di Taroudant attraverso i corpi di quei cani annullati nella noia e nella paura dalla negligenza degli uomini: esseri viventi costretti a una costante privazione sensoriale e all’esasperazione delle emozioni in uno spazio che necessariamente diventa angusto quando la convivenza è massiva, obbligata, non scelta. 


Questo film senza voce, senza commenti è però esattamente ciò che può rimettere in gioco, nonostante quanto è stato scritto e nonostante ciò che mostra, un flusso positivo. Perchè rimanda un messaggio molto forte:“randagi”, “vaganti”, “ferali o “padronali”, comunque vogliate chiamarli, il corto li mostra come degli esseri viventi che meriterebbero una vita indipendentemente dalla nostra e consente a chi guarda, se vuole, di distinguersi dalla maggioranza della nostra specie che nemmeno ci pensa a loro o se lo fa di certo il termine “randagio” non lo associa a qualcosa di positivo.


“Clebs”, così, è e deve essere allora un ennesimo campanello d’allarme perché quel pugno si trasformi in una sveglia alle coscienze di tutti per ritrovare la voglia, la forza e il desiderio di continuare a creare cultura per una società che finalmente consenta la conviv convivenza, rispetti e tuteli chi ha ormai perso anche la forza di un latrato.


“CLEBS" ARRIVA IN EUROPA, L'INTERVISTA A HALIMA OUARDIRI


Nata a Ginevra da madre svizzera e padre marocchino, Halima Ouardiri ha studiato Scienze Politiche e si è specializzata in produzione cinematografica alla Scuola di Cinema di Montreal, in Canada. Il suo primo lavoro, da lei scritto e diretto, è stato “Mokhtar”, un cortometraggio girato in 16 millimetri nei paesi più remoti della zona di Agadir in cui ha messo in luce storie di uomini e animali. Il breve film ha ottenuto diversi riconoscimenti come “Best short” (festival di Dubaï, Rotterdam, Berlino e altri). “Clebs”, il nuovo documentario, sarà proiettato in Europa per la prima volta il 23 febbraio alla Berlinale 2020 dopo aver vinto il premio come miglior cortometraggio al FICFA 2019 in Canada. 


Cosa l’ha ispirata a girare un cortometraggio su un rifugio di cani in Marocco?


Ho visto su Facebook una foto del rifugio di Taroudant che era stata postata dall’associazione Le Coeur sur la Patte. C’erano centinaia di cani ammassati l’uno accanto all’altro, tanto che i contorni dell’immagine stessa erano i loro corpi. Non avevo mai visto nulla di simile e ho trovato quella foto molto evocativa, tanto da farmi desiderare di volerne sapere di più e volerli filmare. E’ stata un’intuizione cinematografica all’inizio e poco dopo, poi, un’altra immagine mi ha colpito: l’opera “Fighting dogs” dell’artista newyorkese Dan Witz. Rappresentava esattamente quello che avevo in testa: i toni dei manti, la moltitudine e anche la ferocia. 

“Fighting dogs” dell’artista newyorkese Dan Witz


Qual è il suo rapporto con i cani?

Sono cresciuta con Slougui, il cane di famiglia. Era una randagia algerina che fu trovata da cucciola dai miei genitori vicino una discarica. Ne ho un ricordo intimo e dolce, come quando mi addormentavo sulla sua pancia. Poi, 35 anni dopo, mio marito ed io abbiamo adottato un beldì (così vengono chiamati i cani di strada in Marocco ndr) che ha vissuto con noi a Montreal, si chiamava Mimouna. Da quando è morta non abbiamo più cani in famiglia ma mio figlio continua a chiedere di adottarne un altro. Ho un legame fortissimo con i cani di strada: tutte le volte che torno in Marocco spendo molto tempo insieme a loro. Sono animali intelligenti e sensibili. Amo la loro compagnia e il loro modo di voler stare insieme a noi. Soffro per la situazione in cui si ritrovano spesso: feriti, abbandonati e maltrattati sebbene siano così tranquilli e socievoli.


Come ha conosciuti Michèle Augsburger e la sua associazione?

Sono entrata in contatto con lei la prima volta quando stavo cercando dei gatti che potessero apparire all’interno del mio primo corto e poi mi ha aiutato proprio per far arrivare Mimouna dal Marocco al Canada. Michèle è una persona meravigliosa, un punto di riferimento per la tutela degli animali in quel paese: lavora da anni e duramente per migliorare le condizioni dei randagi ma anche della popolazione locale in termini proprio di sanità pubblica. Mi auguro che il suo ruolo sia sempre più riconosciuto nell’area dove opera e in tutto il Marocco. 


Quanto sono durate le riprese e che cosa ha provato a osservare quei cani? 

Siamo stati nel rifugio cinque giorni, dall’alba al tramonto. Non c’era elettricità, potevamo affidarci sono alle batterie che ci portavamo dietro, avendo un paio d’ore al giorno di autonomia per girare. Il tempo è stato speso tantissimo per osservare i cani, i loro movimenti, il modo in cui vivono le giornate e per far emergere tutto ciò agli occhi degli spettatori. La sfida più grande è stata convivere con 750 cani, ognuno con le sue caratteristiche e in una condizione estrema a causa del sovraffollamento. Ho lavorato insieme ad Anna Cooley, direttrice della fotografiam che era più a suo agio. A volte io non mi sentivo serena e non era facile concentrarsi tra gli abbai e i latrati. Ci sono situazioni difficili: cani che hanno estreme difficoltà a stare in quel posto. Ho visto combattimenti tra di loro e, anche, tanta tenerezza. Un gruppo, in particolare, si è legato a noi e ci ha seguito in tutto quello che abbiamo fatto. E’ impressionante vedere come si creano degli spazi, come ognuno ha “il suo territorio” invisibile a noi umani e capirne i confini. Devo anche dire che non vi è stato mai nulla di cruento, non ho assistito a nessun incidente grave. Credo che gli manchi la libertà e nei confronti degli esseri umani li ho sempre visti ben disposti e alla ricerca di affetto. E noi abbiamo provato a restituirgli l’amicizia che ci hanno dimostrato nonostante la loro chiara situazione di difficoltà. 


Qual è lo scopo principale di “Clebs”? 

È un film girato di corsa, con grande istinto. Non sapevo a cosa sarei arrivata, l’ho scoperto durante le riprese con Anna Cooley e persino successivamente durante il montaggio con Xi Feng. D'altra parte, sapevo cosa mi interessava: era lo “sciame”, il movimento o la fissità del branco in uno spazio chiuso ed è effettivamente ciò che abbiamo filmato. Abbiamo cercato di mostrare il movimento perpetuo di questi cani bloccati in un luogo. Il contrasto mi ha colpito tanto, perché c’è qualcosa di assurdo per me in tutto questo e volevo che lo spettatore ne entrasse a far parte. Qualcuno ci ha visto un'opera di Brecht, altri ne hanno parlato come una sorta di adattamento de “La fattoria degli animali” di George Orwell. Sul posto, abbiamo scoperto che i cani vivono una routine molto precisa, organizzata attorno a un singolo pasto, ma che pasto... Ogni giorno sembrava esattamente come il precedente: una continua ripetizione della necessità di sopravvivere. Il parallelo che più mi viene in mente è con la moltitudine di esseri umani sfollati che stanno aspettando nei campi di permanenza, in tutto il mondo, sperando in una vita migliore.


Che cosa spera che le persone pensino dopo aver visto il suo lavoro?

Come afferma Boris Cyrulnik, psichiatra ed etologo: «La crescente attenzione rivolta all'abuso sugli animali testimonia una società sempre più morale». Spero che le persone possano arrivare a essere un po’ più consapevoli delle condizioni di confinamento di massa, sia per gli animali che per l'uomo. E se qualcuno adottase anche solo un cane del rifugio di Michèle Augsburger, sarebbe davvero importante.


Cosa ne pensa dell’attuale situazione dei randagi in Marocco che vengono sistematicamente uccisi dalle autorità nonostante gli interventi pagati dalle associazioni locali?

Il Marocco può fare molto meglio con i randagi. L'unica soluzione è la vaccinazione e la sterilizzazione e non certo sparare ai cani per le strade o avvelernarli. Cito di nuovo Cyrulnik: «È nel nostro interesse rispettare il mondo vivente, natura e animali: se lo distruggiamo, distruggiamo noi stessi». Ora tutto il lavoro è svolto da associazioni basate su donazioni. Ma dovrebbe essere un problema di salute pubblica seguito dal Governo. I marocchini continuano a morire della rabbia oggi in Marocco!


In Canada qual è la percezione del cane nella società?

In Canada non ci sono randagi. Almeno nelle principali città. Ho sentito che ci sono cani vaganti nelle zone più piccole del nord del Quebec, però. In ogni caso il cane ha un posto speciale nella società civile. C'è persino una legge per proteggerli come "esseri sensibili". E’ una cosa buona ma il paradosso è che, a confronto con il Marocco, si rischia di andare da un estremo all’altro e si vedono anche i cani nei passeggini come i bambini. Troppo spesso anche i “pet” sono vissuti come oggetti che, poi, finiscono in canile quando le persone non vogliono più la responsabilità di vivere con loro o, addirittura, vanno direttamente dal veterinario per procedere all’eutanasia. 


Quando e dove si potrà vedere “Clebs”?

Il film sarà presentato in anteprima europea nella “Generation Competition” della Berlinale il 23 febbraio 2020. Poi continuerà a essere proiettato in tanti festival nel mondo. Aggiorniamo tutte le date attraversola nostra pagina su Instagram  e sul sito della nostra casa di distribuzione.


Da quando ha girato questo corto, qualcosa è cambiato nel suo approccio con cani?

Sono allo stesso tempo più pessimista per le condizioni dei cani liberi in Marocco e sempre più appasionata del loro mondo: della loro libertà, della bellezza, dell'indipendenza e della loro capacità di condividere amore e rispetto. 

"Clebs":  a short film in which "nobody's dogs" become "nobody"



Halima Ouardiri


In how many ways can “anyone's dogs” be called? A single word would be enough to define them in the best of all possible worlds: free. Without a master, in a Planet that is not inhabited only by human beings and that sees the presence of the canine species 80% not in our homes but right around the Earth without a leash, harness or collar that is.


And while different methods of teaching dog’s nature and behaviour get lost in discussions about terms and definitions or education and training, to understand how far we are from the knowledge of “man’s best friend” it would be enough just the consideration that we don't even know how many dogs are on the Planet (not even only in Italy to be honest) who live independently of us and often, on the contrary, suffer our presence.


"Clebs", by Moroccan-Swiss director Halima Ouardiri, is a short film that shows in all its crude simplicity almost the uselessness of any theory on dog’s nature when it continues to be deprived - in nature in this case but even more often inside our home walls - of its essence. It is a punch in the stomach aimed primarily at the indifferent, those who do not even consider other living beings in general, dogs in particular. But it is also a serious blow for all those who try with strength and passion to make people understand, through translation, how important it is to restore individuality also to the dog that is close to us: pet living in the family, whose fate is, for better or for worse, tied to ours.


Halima Ouardiri has crossed the threshold of a shelter opened by Michèle Augsburger in Taroudant, Morocco, a few kilometers away from Agadir. An ocher and mud soil in which over 700 dogs have been confined since a couple of years, starting few days after a sterilization and castration project of her association "Le coeur sur la patte" has been stopped. A work on the field that was aimed at the reintroduction of free dogs in the streets to manage the stray phenomenon and that was blocked, despite a non-killing agreement, after a massacre carried out in April 2018 by local authorities.


(Click here to see the Web Doc about the story of free ranging dogs in Taghazout with interviews in English).


The betrayed pact led Michèle Augsburger to do what she believed to be the only solution to continue to safeguard the animals: close them in a "non-place" and hopefully wait for better times, pending a royal decree that finally obliges the individual Caid (those responsible for the municipalities of Moroccan cities) not to carry out mass killings in which even vaccinated and sterilized dogs are eliminated and despite a directive from the Ministry of the Interior that from November 2019 bans indiscriminate slaughters which, instead, they continue to be there.

Nothing has changed, however, since that April 2018. Indeed, recently guns and poisonings have left blood and carcasses on the streets, while in the kennel of Agadir, no longer managed by "Le coeur sur la patte", happened many episodes of cannibalism and atrocious deaths by starvation and thirst as Morocco Animal Aid, another non-profit organization operating in the area, has often been reported on Facebook.


"Clebs" is a window on the silence from which any dissertation about knowledge and recognition of the individuality of each dog "suicide" itself. It is a complete and concrete overview of the fact that verywere in the world free dogs end up more and more often decimated or confined to non-places like the one shown by Ouardiri. Places where, in this specific case, it must be said, they have been locked up for that extreme yearning for protection that pervades at least the noble soul of good people at the start, to spare them from shotgun or poisoning in the streets of Agadir and in the villages neighboring. A situation that, on the other end, translates itself into a continuous and maddening wait for someone to adopt them while others and others will continue to arrive.


And this happens in different latitudes of the planet, certainly not only in Morocco. In the South of the world, to be more specific, where strays exist and the truth is that dogs are not simply anyone's, but are considered "nobody". As indeed happens within the borders of Italy a contry culturally separated in half also from the point of view of the relationship with dogs, in which in the North there are practically no free four-legged around cities, towns and suburbs and in the South "fighting" between different ideas on how to contribute so that stray dogs could be considered not a problem but a resource is the best option instead of a usefull collaboration.


The 18 minutes of the short film by Ouardiri freeze the observer in a time that seems eternal in the refuge of Taroudant through the bodies of those dogs canceled in the boredom and fear by men’s negligence: living beings forced to constant sensory deprivation and exasperation emotions in a space that necessarily becomes narrow when coexistence is massive, obliged, not chosen.


This film without voice, without comments, however, is exactly what can bring back into play, despite what has been written and despite what it shows, a positive flow. Because it sends back a very strong message: "stray", "vagrant", "feral or “manor", however you want to call free dogs, this short movie shows them as living beings who would deserve a life despite of our species that doesn't even think about them free or certainly, if it does, gives to the term "stray" not a positive meaning.


So "Clebs" is and must be yet another alarm bell for that punch to turn into a wake-up call to everyone's consciences to rediscover the desire, the strength and find again the power to continue creating culture for a society that finally allows coexistence, respect and protect those who have now lost even the strength of a bark.


Clebs”, the European premiere at Berlinale, Interview to Halima Ouardiri


Born in Geneva to a Swiss mother and Moroccan father, Halima Ouardiri studied Political Science and specialized in film production at the Film School of Montreal, Canada. Her first work, which she wrote and directed, was "Mokhtar", a short film shot in 16mm in the most remote countries of the Agadir area where she highlighted stories of men and animals. It won several awards such as "Best short" (Dubaï festival, Rotterdam, Berlin and others). "Clebs", the new documentary, will be screened in Europe for the first time on February 23 at the Berlinale 2020 after winning the prize for best short film at FICFA 2019 in Canada.


What inspired you to shoot a short film about a dog shelter in Morocco?

I saw a photo on Le Coeur sur la Patte Facebook page, a street dog shelter in Morocco. There were hundred of dogs glued to each others that completely filled the image, without any empty space. They were all the same ocher color. I’ve never seen anything like it. I found it very beautiful and I wanted to film them. It was a pure desire for cinema. I immediately had the idea for the opening plan. It was not long after that I stumbled across the dyptich "Fighting Dogs" by Dan Witz, the hyper-realistic New York painter. It was exactly what I had in mind: the tones, the multitude, the ferocity.


What is your relation with dogs?

My parents had a dog when I was a kind. Her name was Slougui. It was a stray they brought back from Algeria. They found her as a puppy next to a big garbage. I grew up with her. She was beyond nice with me. I could put my head on her belly for a nap. Then, 35 years later, my husband and I adopted a stray from Morocco and we brought her back with us in Montreal. Her name is Mimouna. After she died we decided not to have a dog anymore because we travel a lot. I miss having a dog though and my son keeps asking us for one.


How did your passion for strays was born?

As soon as I travel to Morocco I spend time with the strays. I can’t help it. They are so sensitive and intelligent. It’s just natural for me to hang out with them. I love their company. Also they want to be friends with us and they often need our help when theymare injured and hungry.


How did you get in contact with Michèle Augsburger?

I first got in touch with Michèle in 2009/2010 when I was looking for cats to appear in my short film “Mokhtar”. And then she helped me when I had questions about injured dogs and to prepare Mimouna’s travel papers to Canada. Michèle is simply the best for people and for stray dogs in Morocco. She does a lot for the general Moroccan public health by taking care of the strays. She is an amazing resource. I hope one day everyone will understand this in Morocco.


For how long di you shoot the movie?

We shot for 5 days. We usually arrived in the morning and stayed until the end of the day. There is no electricity in the shelter. We could only rely on the batteries from the camera to shoot. We had approximately 2 hours of footage per day. This is not a lot. Whenever possible, we carefully planned the shots or Anna, our photography director,, would just roll and quietly observe the dogs’ movement.


How was staying there, watching them? 

I love dogs, but I'm also a little afraid of them. There were 750 of them... Each morning, when Anna and I arrived on set, we had all of them barking, they were happy to see us. It was very impressive. I wasn’t as cool as Anna, who was extremely in control. So for me, it was not always easy to concentrate, between the dog who growls, the one who fights next to us and the one who wants petting. We permanently had a bunch of dogs (always the same) that surrounded us wherever we moved in the refuge. Obviously, it created fights since the refuge is divided into territories, invisible to us humans, but very well defined by dogs. That said, there were no bad incidents during the 5 days of filming. These dogs can be very wild with each other, it's their gut, but they just want to be loved by humans. And Anna and I loved them all.


What is the principal purpose of your work? 

It’s a film made in a rush with great instinct. I did not know what I would end up with. I was not afraid to look for it during the shoot with the dop Anna Cooley and even afterwards during the editing with the editor Xi Feng. On the other hand, I knew what interested me: it was the swarming, the pack of dogs in an enclosed space and that is what we filmed. We tried to show the perpetual movement of these dogs in a frozen place. The contrast struck me. There was even something absurd to me. I also knew that I wanted to leave room for the viewer. Someone saw a Brecht opera, another an adaptation of George Orwell's Animal Farm: a Fairy Story. On the spot, we discovered a very precise routine organized around a single meal, but what a meal! Each day looked exactly like the previous one: you had to survive. The parallel with the multitude of displaced human beings who are waiting in camps hoping for a better life has imposed itself.


What do you hope or expect people will do or think after seeing it?

As Boris Cyrulnik, the psychiatrist and ethologist, says: «The growing attention paid to animal abuse testifies to an increasingly moral society». I hope maybe people can be a bit more aware of the conditions of mass confinement, both for animals and humans. And for the dogs, if someone ended up adopting just one, that would be so sweet.


What do you think about the current situation of strays in Morocco? 

Morocco can do much better with strays. The only solution is vaccination and mass sterilization but not shooting dogs in the streets. Here I’m going to cite Cyrulnik again: «It is in our interest to respect the living world, ecological as animal: if we destroy it, we destroy ourselves». Now all the work is done by associations based on donations. But it should be a public health issue achieved by the government. Moroccan people still die of rabies today in Morocco! This has to stop.


What is the idea of dogs, and in particular of strays, in Canada?

In Canada there are no strays. Not in the main cities at least. I heard there are strays in smaller cities in the North of Quebec though. But generally in Canada, it’s almost the other way around. Dog have a special place in this society. There is even a law to protect them as « sensitive beings ». It’s very good. But sometimes it goes on the other extreme and we see dogs in strollers like babies. Too often also dogs are seen as commercial goods that end up in a shelter when people don’t want the responsibility anymore, or even directly to the vet to euthanize.


Where “Clebs” will be showed? 

The film will have its International premiere in the Generation Competition of the Berlinale in February 2020. It will then play in more festivals around the world. Please follow the Instagram page or on the distributor’s site.


Since you made it, something has changed in your perspective of dogs?

I’m just a little more pessimistic about their situation in Morocco and still even more fond of their beauty, intelligence and capacity of love.




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