• Diana Letizia

Kitbull: la storia di un cane, un gattino e del nostro smisurato ego

Aggiornato il: 25 feb 2019



Genova - Quasi nove minuti di animazione grafica per comprendere profondamente, allo stesso tempo, quanto può essere difficile la vita e quanto non lo è se c’è un amico vicino. Un sentire che si “accende” alla visione di “Kitbull”, uno splendido corto della Pixar a prescindere da quanto si dirà in seguito, diretto da Rosana Sullivan e prodotto da Kathryn Hendrickson, in cui un Pitbull e un gattino scoprono che «un’inconsueta relazione può “brillare” tra due creature: un gattino randagio fieramente indipendente e un pitbull. Insieme, i due sperimentano l’amicizia per la prima volta», come è scritto nella descrizione ufficiale sulla pagina del progetto “Sparkshorts” della casa di produzione cinematografica.


Ma chi sono davvero i protagonisti di Kitbull?


Kitbull è molto di più di un “cartone animato” che racconta la pur già di per sé bellissima e edificante storia di due esistenze. Ma in quelle immagini che tanto ci inteneriscono c’è anche un altro protagonista oltre ai due animali che si trovano l’uno con l’altro per superare le difficoltà e affrontare il mondo insieme. C’è l’essere umano, anche in questo caso puntualmente artefice del loro destino sia nel bene che nel male. Si presenta nella storia con una doppia faccia: prima è l’uomo che maltratta il cane e dopo è la donna, la famiglia addirittura, che li accoglie per “renderli felici”.

L’inizio e la fine della storia dei due amici, dunque, sono comunque legati alla gestione della loro esistenza secondo i canoni di un’altra specie che o è “cattiva” o è “buona” nei confronti degli animali e che non restituisce a questi stessi la libertà di poter scegliere di vivere semplicemente e indipendentemente dalla nostra certezza che il loro miglior futuro sia quello di tenerli con noi.





“Uscire dalla zona di comfort”. Che vuol dire?


Andando a cercare il “dietro le quinte” di questo corto, si scopre in fondo che la storia dei due protagonisti non è la loro storia in quanto tale, ma appunto quella di un essere umano, l’autrice, che in un video racconta come è nata l’idea: «Per essere completamente onesta, è iniziato tutto da un video di un gatto... A me piace guardare immagini di gatti nei momenti di stress. All’inizio volevo solo disegnare qualcosa che mi facesse sentire bene e che fosse divertente, ma alla fine si è evoluto in qualcosa di più personale». E di così intimo e profondo c’è proprio la vita stessa di Rosana Sullivan, traslata nella storia del Pit e del gattino: «Crescendo, ero sempre molto sensibile e molto timida e avevo davvero molti problemi nel creare connessioni, fare amicizia. Così mi sono immedesimata in questo gattino che non era riuscito a uscire dalla sua zona di comfort per paura di essere vulnerabile e riesce invece a creare una connessione».





Uscire dalla zona di comfort”: oggi si usa tanto dirlo, quando la vita ti mette di fronte a situazioni che non sai gestire emotivamente, rimani in quel luogo dentro di te dove ti senti al riparo e qualcuno ti consiglia di abbandonarlo. La zona di comfort è “una situazione o posizione in cui una persona si sente sicura, a proprio agio e in pieno controllo”, spiega il Collins Dictionary, cui si fa riferimento per maggiore chiarezza e meno parzialità nella scelta di un autore o di un altro nella spiegazione del termine e visto che si tratta di un modo di dire anglosassone la cui origine nella psicologia comportamentale trova riscontro in diversi specialisti, tra i quali il più citato è Alasdair A. K. White (“From Comfort Zone to Performance Management”) che però a sua volta si rifà ad altri autori.


Ritornando al corto, aver trovato le origini di questa definizione riporta l’attenzione su ciò che continuamente chiediamo a noi stessi nell’affrontare la vita e che poi adattiamo alle altre specie, animali d’affezione in primis come nel video di Sullivan, per superare però i nostri di limiti. E quelle immagini infatti ci fanno sentire bene, alla fine: il gattino e il cane nonostante le loro difficoltà superano ogni paura e, grazie a qualcun altro che li accoglie, la vita è finalmente meravigliosa.


Va tutto bene ed è importantissimo veicolare un messaggio così, sia chiaro. C’è tanta tenerezza in queste immagini della Pixar e ogni comunicazione positiva per la tutela di qualsiasi altra specie differente dalla nostra è doveroso che sia condivisa e che i media fungano da megafono per generare cultura e sensibilizzazione nei confronti degli animali. Ma tra adulti - e questo corto colpisce particolarmente proprio questa categoria di persone che ne straparlano sui social media - il bello potrebbe essere proprio quello di approfondire perché ci colpisce tanto.


Uscire dalla zona di comfort. Ma perchè? E vale davvero anche per gli animali?


Ma siamo certi che bisogna proprio uscire da questa zona di comfort? E che questa espressione sia da traslare anche nel comportamentalismo animale? Perché è sempre più diffuso anche nel mondo dell’educazione cinofila l’idea che un cane per superare le proprie paure o fobie debba essere portato, appunto, al di là delle sue possibilità emotive e cognitive e che questo vada fatto sottoponendolo a un forte stress. Come si consiglia di fare agli esseri umani, del resto, per questa diffusa “moda” di una branca della psicologia che invita, appunto, a uscire da ciò che fa sentire a proprio agio, quasi rimandando l’idea che dove siamo arrivati non è che serva più a molto.


Il principio potrebbe essere un po’ rivisto, invece: salvando ciò che siamo riusciti a conquistarci e, come ha scritto Claudio Giovenzana, psicologo che gira il mondo e raccoglie le sue riflessioni nel sito Longwalk, allargando la zona di comfort, facendo entrare dentro altre esperienze e altre persone. Bisognerebbe smetterla, insomma, di attribuire una visione quasi dispregiativa a ciò che con gran fatica abbiamo invece messo in piedi per stare in equilibro nel mondo, appunto in una zona di comfort che tanti nemmeno hanno e chi se ne è fatta una sa benissimo quanta fatica ci è voluta per trovare un posto dentro se stessi in cui si può stare “al caldo” e non andandone fuori come dei kamikaze delle emozioni. Spesso ferendo se stessi e, allo stesso tempo, gli altri con cui entriamo in conflitto per non aver saputo mediare le nostre emozioni e attribuendo loro responsabilità che, nella maggior parte dei casi, proprio non hanno.


«Ci risiamo con questa storia - scrive Giovenzana riferendosi all’ “uscire dalla zona di comfort” - E’ sicuramente uno dei modi più diffusi per persuadere con 5 parole la gente a fare qualche qualcosa d’importante, buttare giù qualche porta per scappare, magari appicciare il fuoco a qualcosa o stravolgere la propria vita con qualcos’altro ... Credo che sia più importante allargare una zona di comfort invece che abbandonarla. Forse è ampliando questa base di partenza, dove stanno i nostri limiti ma anche i nostri punti di forza, che possiamo intraprendere strade che ci porteranno ad assaggiare meglio la vita e migliorare la nostra persona ... Farei anche entrare con prudenza certi fastidi, certe insoddisfazioni e fallimenti che, anche se fanno un po’ male, ci ricordano chiaramente qualcosa che abbiamo voluto essere e non siamo ancora diventati.».


E lo stesso dovrebbe valere per i cani e i gatti e gli animali in generale con cui entriamo in contatto. Kitbull sarebbe stato semplicemente perfetto se non avesse avuto non tanto quell’inizio di cattiveria umana che anzi aiuta a sensibilizzare, ma se non vi fosse quel finale di bontà elargita da un bipede come se sia l’unica cosa che conta per il benessere dei due pseudo protagonisti. Kitbull sarebbe stato perfetto se il Pitt e il gattino fossero stati “immaginati” in un contesto anche urbano in cui gli umani ci sono sì ma collaborano e favoriscono il loro benessere senza imporsi come unici artefici della loro felicità. Kittbull sarebbe stato perfetto anche solo se avesse mostrato quello che spesso succede in situazioni di convivenza tra randagi e uomini (vedi il Web Doc de Il Secolo XIX: “Taghazout, storie di cani e umani”) in cui ci sono quattrozampe che non vedono l’ora di condividere la vita insieme ai due zampe e altri che se ne stanno per fatti loro e vivono proprio bene, nonostante quel che è il sentire più diffuso dagli uomini, appunto come dimostra questo corto, che solo da noi dipende la loro gioia.


Il meraviglioso corto della Pixar sarebbe stato semplicemente perfetto se tutti i soggetti avessero “aperto” e non abbandonato la propria zona di comfort per condividerla. E sarebbe stato proprio bello vedere cane, gatto e umano che stringono un’alleanza di reciproca accoglienza. Senza quel sottotesto di “salvataggio” che sembra avvenire sempre da una parte sola, mentre la meraviglia del rapporto tra un animale e un umano, anche tra le mura domestiche, è proprio quella corrispondenza di amore chiamata relazione: due o più soggetti che interagiscono. E che reciprocamente si salvano.


L'articolo originale online sul sito de Il Secolo XIX (qui)

49 visualizzazioni

©2019 Cani&Umani di Diana Letizia e Zeina Ayache