• Diana Letizia

"Space Dogs", i registi: «Così i randagi di Mosca ci hanno permesso di far parte del branco»


Il 3 novembre del 1957 Laika fu il primo essere vivente mandato in orbita dai sovietici. In una dichiarazione ufficiale, Oleg Gazenko, lo scienziato a capo del progetto per la corsa alla conquista dello spazio contro gli Stati Uniti, dichiarò che fosse morta già a cinque ore dal lancio. Dopo 162 giorni la capsula esplose rientrando nell'atmosfera terrestre. Sulle tracce delle ceneri di quel "cane dello spazio" e dei suoi eredi si sono messi due registi, Elsa Kremser e Levin Peter, che hanno preso spunto dal fatto che Laika in realtà fosse una randagia di Mosca e da una legenda che racconta che sia tornata sulla Terra come un fantasma.


Filmato nella periferia della capitale russa, "Space Dogs" sarà presentato per la prima volta in Italia al Torino Film Festival il 28 novembre e Il Secolo XIX ha potuto vederlo in anteprima. Utilizzando una voce narrante, con immagini tratte anche dagli archivi sovietici e in assenza di qualsiasi giudizio morale, lo spettatore viene completamente catturato da una visione del mondo quanto più possibile non antropocentrica e girata al livello visivo del branco.


Su Il Secolo XIX è stata pubblicata l'intervista ai due registi che hanno raccontato il dietro le quinte di un lavoro durato un anno e mezzo. A seguire un estratto e qui il link per leggere l'articolo completo.


Su Cani&Umani la versione in inglese dell'intervista completa


Come è nata l’idea di questo film?


Levin Peter: «Ci venne in mente quattro, cinque anni fa. Era solo un parlare tra di noi, frequentavamo la scuola di cinematografia. Ci dicevamo: “Immagina come potrebbe essere un film dove i cani sono i veri protagonisti”. Poi ci siamo resi conto che potesse trasformarsi davvero in un prodotto cinematografico e abbiamo iniziato le ricerche. Ci venivano in mente diverse idee per dare vita a un documentario girato dalla prospettiva dei cani e a un certo punto abbiamo pensato alle operazioni spaziali dei sovietici, cercando all’inizio su Google notizie su Laika e gli altri cani e gli animali che erano stati utilizzati. Abbiamo poi fatto ricerche più approfondite e abbiamo scoperto che avevano fatto esperimenti sui randagi che vivevano nelle strade di Mosca. Ricordo perfettamente che è stato il nostro momento “wow”: quando realizzi che hai trovato la chiave per raccontare la storia che ti eri immaginato. E la nostra prende spunto così dalla vita di un “individuo”: una cagnetta che viveva per le strade e che poi è finita nello spazio per la propaganda dei russi».

Elsa Kremser: «La storia si intreccia con la mia vita personale da cui mi è arrivata l’ispirazione più profonda. I miei genitori erano degli allevatori di Lhasa Apso (razza tibetana, n.d.r.). Sono nata in mezzo ai cani, sono stata abituata ad essere circordata da loro e sono cresciuta allo stesso livello proprio dal punto di vista di come osservano la realtà: l’altezza da cui vedono il mondo la ricordo da quando, appunto, ero bambina. Aver vissuto con loro mi ha aiutato tanto: ho potuto sperimentare le esperienze con i randagi di Mosca come un tempo, come quando ero piccola in mezzo ai cani della mia famiglia. Stare con loro senza giudizio, senza alcun approccio preimpostato secondo regole e dettati umani ma davvero con quel senso di voler vedere e poi mostrare il mondo dalla loro stessa prospettiva. Gli occhi dei cani ci permettono di guardare al mondo con tanta purezza».


Dunque come era la vostra relazione con i cani prima del film e come è cambiata dopo aver girato Space Dogs?


Levin Peter: «A differenza di Elsa, io non ho mai avuto un cane nè ero mai entrato in una situazione di familiarità con i cani prima di questo film. Anzi, a dirla tutta ero molto impaurito da loro sin da quando ero bambino e ho dovuto superare questo terrore per lavorarci insieme. Ma devo dire che proprio i randagi mi hanno sempre meno spaventato rispetto a quando vedo i cani al guinzaglio. Sarà perchè penso: “Cosa farà il proprietario? Sarà capace di gestire la situazione?” e di questo ho ancora paura. Eppure mai ho provato questa sensazione con i cani liberi e questo perchè il loro linguaggio è molto più facile da comprendere per me rispetto ai cani con proprietari che ancora non so come “leggerli”. Ci è voluto un po’ per entrare in sintonia con i randagi ma è stato davvero speciale riuscire a osservarli. Io ero sempre un passo indietro rispetto agli altri ma alla fine ho capito qual è la grande differenza: la comunicazione con i cani al guinzaglio è complessa, è mediata dal proprietario. Un cane libero si rivolge direttamente a te e tu fai lo stesso». 

Elsa Kremser: «Il mio concetto di cane è profondamente cambiato dopo i mesi di lavoro a Mosca, dopo aver incontrato tanti randagi e aver apprezzato quanto sono diversi gli uni dagli altri e poi nel momento di girare il film e convivere con loro ancora di più. Per me è proprio strano vedere ora i cani al guinzaglio e rivedo anche il mio passato in modo diverso. Penso ai miei genitori che portavano i cani alle esposizioni o quanto ci sembra normale che i nostri, quelli che vivono nelle case degli occidentali soprattutto, debbano essere educati, istruiti secondo regole sociali antropocentriche. Ecco io ho capito e ora so che la vita dei cani è tutt’altro. I randagi scelgono ciò che vogliono, non hanno padroni, hanno le loro regole e vivono una vita in piena libertà con tutto quello che comporta ovviamente. Percepisco ora i cani al guinzaglio come oppressi. Non voglio però essere fraintesa: non intendo tutti ovviamente e non generalizzo. Parlo solo della mia percezione intima nel rispetto dell’etologia e sono assolutamente attenta e favorevole alle sane relazioni tra cani domestici e uomini che funzionano bene secondo le regole sociali che comprendo vadano rispettate».




18 visualizzazioni

©2019 Cani&Umani di Diana Letizia e Zeina Ayache