• Diana Letizia

Una cuccia insonorizzata proteggerà pure i cani dai botti ma non noi umani dalla nostra ignoranza



Visto che le persone non la smettono di sparare i botti, lavoriamo su una cuccia insonorizzata per aiutare i cani. Ma facciamolo, in realtà, per pubblicizzare le prestazioni di un’automobile. E tutto questo che effetto avrà? Che le persone invieranno migliaia di richieste all’azienda produttrice che ha chiaramente specificato che si tratta di un “prototipo” e che lo ha fatto per un’operazione di marketing principalmente finalizzata a mettere in evidenza la qualità tecnica di un sistema audio creato per un veicolo, appunto, e non per un cane. E non certo per il vostro. Almeno non per ora e un giorno forse sì... a patto di spendere chissà quanto.

La notizia è che la Ford ha lanciato un “teaser” di una cuccia insonorizzata, chiamata “quiet kennel” (vedi video in alto) che garantisce l’isolamento acustico a tal punto che nemmeno un cane sente più il rumore provenire da fuori una volta dentro la sua “tana tecnologica”. «L’idea è stata ispirata dalla tecnologia di cancellazione del rumore che abbiamo introdotto su Edge SUV, che contribuisce a garantire viaggi più tranquilli per conducenti e passeggeri - spiegano sul blog ufficiale della casa automobilistica - Quando i microfoni raccolgono alti livelli di rumore dal motore o dalla trasmissione, questo viene neutralizzato utilizzando onde sonore opposte dal sistema audio dell’auto».


L’aspetto tecnico, applicato al mondo dei cani, viene così spiegato e giustificato: «Capodanno. I volti si illuminano di gioia mentre inizia il conto alla rovescia per mezzanotte e i cieli sono illuminati da fuochi d’artificio. Ma la colonna sonora di questa esperienza può essere dolorosa per gli animali domestici e preoccupante per i proprietari. Si stima che il 45% dei cani nel Regno Unito mostri segni di paura per i fuochi d’artificio, causando angoscia anche ai proprietari e alle loro famiglie».


Il passo in avanti, ancora, per promuovere il prodotto è quello di aver anche coinvolto uno dei più noti educatori cinofili britannici, Graeme Hall (che si autodefinisce “The Dogfather”), le cui parole entrano a far parte del comunicato stampa: «Per molti animali i fuochi d’artificio sono spaventosi e, rispetto alle persone, i cani possono sentire cose che sono quattro volte più lontane e attraverso una gamma molto più ampia di frequenze. Per prepararsi in anticipo prima che vi siano i “botti” (traduzione più affine all’italiano n.d.r.) è fondamentale identificare un luogo dove i tuoi animali domestici si sentano al sicuro e felici».


Che cosa sta realmente promuovendo la Ford?


Il quadro è completo per il lancio del prodotto, appunto. Ma quale prodotto esattamente? Non certo la cuccia, utilizzata per lanciare un messaggio sicuramente positivo ma che finisce per attirare l’attenzione di un numero enorme di proprietari che non solo nel mondo anglosassone ma che in gran parte dell’Occidente industrializzato è pronto a spendere migliaia di euro per il proprio “cucciolo”. Senza neanche capire che quell’oggetto non esiste ancora, probabilmente presi già dal terrore di un ultimo dell’anno vissuto purtroppo come un incubo e non come una festa.


In realtà il prodotto da vendere - e come sempre basterebbe andare oltre i commenti sui social, le letture superficiali, i media che rimandano la notizia senza approfondire - rimane la macchina e questo spot ne sottolinea l’alto valore tecnologico nel campo della gestione del suono all’interno dell’abitacolo.


Quella della Ford è un’operazione di marketing, con un fine utile sicuramente rivolto alla sensibilizzazione ma che si porta dietro la lettura del mondo da un punto di vista, ancora una volta, del tutto antropocentrico (che pone l’uomo al centro di ogni considerazione, classificazione o schema n.d.r.): aiutiamo i cani con la nostra tecnologia, solo e ancora una volta perché cambiare gli umani è impossibile.


Quegli umani che non hanno la capacità di modificare i loro stili di vita, le abitudini culturali che prescindono dagli stereotipi (l’esempio della Ford è sulla “civile” Gran Bretagna, non certo sui botti di Napoli) e che perseguono nel tempo indipendentemente dagli effetti che quegli usi hanno sulla nostra stessa specie, altro che sui cani: si pensi a quanti feriti e morti si hanno per l’uso sbagliato dei fuochi d’artificio.


Proviamo a fare un esempio per chiarire: è come se si lavorasse sul sintomo e non sulla causa. Immaginiamo un ricercatore scientifico che deve debellare una malattia e non cerca di agire sul meccanismo biologico. Un virus continua a procurare danni al corpo ma il medico decide di lasciarlo agire e fornire al paziente solo “farmaci” per tenerlo a bada e non perché non abbia trovato il vaccino ma perché è troppo complicato farlo.


Facciamola ancora più semplice: i vostri vicini di casa fanno un gran casino e voi non andate a parlare con loro per chiedere di smetterla ma vi mettete i tappi. L’esempio dei rapporti di vicinato porta così facilmente a un’altra considerazione che consente di comprendere che la questione non è come proteggere i cani ma come modificare noi umani i nostri comportamenti e l’immagine perfetta è la riunione di condominio in “Fantozzi subisce ancora”.



Il mitico ragioniere Ugo che affronta i suoi vicini riesce a rendere perfettamente l’idea di come sia difficile comunicare tra di noi e aiuta a capire che alla fine il problema di fondo rimane la nostra completa indifferenza nel cercare di migliorare nei rapporti interpersonali, figuriamoci se qualcuno ci vuole invitare a ragionare su cosa voglia dire per un “individuo” di un’altra specie subire un trauma prodotto addirittura da qualcosa che viene ancora vissuto come un’espressione di gioia e condivisione, ovvero sparare i botti a Capodanno.


Una volta che ci rendiamo conto di tutto questo, diventa molto chiaro quanto effettivamente risolvere il sintomo sia più facile rispetto all’andare a lavorare sulla causa del problema. Sono anni, per fortuna, che le campagne di sensibilizzazione sui danni prodotti dai botti su umani e cani vanno avanti, soprattutto in Italia. Il Capodanno del 2018, per dare un ultimo dato, ha segnato il quinto anno di seguito a Napoli senza vittime. Certo, se pensiamo che siamo nel terzo millennio e consideriamo questo un risultato positivo c’è poco da essere speranzosi. Ma il continuare a fare comunicazione e informazione in questo senso, tanto per gli esseri umani che per i cani, ha già dimostrato che nel tempo porterà comunque sempre di più a una maggiore consapevolezza.


Cosa possiamo imparare però dal video della Ford per aiutare i nostri cani?


Il video della Ford contiene comunque un messaggio positivo. L’idea di promuovere un prodotto focalizzando l’attenzione su un danno prodotto dagli uomini ai cani è un modo per sensibilizzare l’opinione pubblica in un periodo dell’anno in cui di questo tema gioco forza se ne parla tanto. E questo tipo di comunicazione “sociale” va evidenziata, sostenuta e condivisa.

Cosa possiamo dunque imparare da questo “spot” per noi e per i nostri cani? Prima di tutto, facendo finta che davvero quella cuccia sia un giorno messa in produzione, poniamoci una domanda e diamoci subito una risposta: credete che un cane ci entri con tanta facilità come si vede nel video? Potrebbe accadere, ma vorrebbe dire che siete dei “compagni umani” che hanno già lavorato per far comprendere al vostro cane che un kennel è un luogo sicuro.

E questo è un punto fondamentale per fare una sana “cultura cinofila”: il kennel può essere davvero una salvezza per il vostro amico che ha paura dei botti, al contrario di quanti credono che significhi “chiudere il cane in gabbia”. Sentirsi al sicuro e in un posto sicuro è molto importante per il vostro amico in un momento di grande stress e ansia e averlo abituato prima a entrarci sarà un grande valore aggiunto per passare insieme una sera “speciale”.

Altra soluzione utile è quella di far indossare al cane una “thundershirt”: è una pettorina particolare (vedi foto a seguire) che dona al cane un senso di protezione. Il contatto dolce con il corpo, specialmente nella parte del petto, calma lo stato d’ansia e lo fa sentire protetto, come i neonati quando vengono fasciati per fare un “esempio umano”.


Altra ipotesi è il Tellington TTouch, un metodo basato su una serie di tocchi che si effettuano sul cane e in cui si utilizzano anche delle bende per migliorare lo stato emotivo del cane. A Genova lo pratica Valentina Biedi, fondatrice del centro cinofilo B Dog (qui l’articolo in cui ne abbiamo parlato) ma è una tecnica praticata a livello internazionale e che risulta utile pure in situazioni come quelle della paura da botti.

Anche queste tre proposte per provare a far star bene i cani quando ci sono i botti, si dirà, sono rivolte alla “cura” del sintomo e non alla malattia. Ma a differenza della cuccia tech sono indicazioni finalizzate a un obiettivo che prescinde dalla notte dell’ultimo dell’anno: aumentare la fiducia tra voi e il vostro cane, farlo sentire al sicuro e creare una vera relazione.

Passando dal “lavoro”, appunto, che bisogna attuare insieme a lui e che si traduce sempre in un “gioco” per entrambi, un’attività piacevole per fargli scoprire poi un luogo sicuro e fino all’accettazione del contatto di una thundeshirt o delle bende del TTouch.


Per tutte e tre le ipotesi descritte, infatti, il consiglio finale è rivolto a tutti e non solo a chi ha davvero pensato che una cuccia tecnologica possa risolvere i problemi del proprio cane semplicemente acquistandola, forse, un giorno e chissà a che prezzo. Fate altro, al posto di scrivere alla Ford per sapere quando metterà in produzione il “quiet kennel” oppure nel frattempo fatevi trovare già pronti per il giorno in cui magari potrete davvero comprarla: scoprite, magari con l’aiuto di un educatore cinofilo, che ogni cane è un individuo a sè, con la sua storia e il suo carattere. E conoscerlo vuol dire fare un viaggio nella vita non solo per “superare” una notte all’anno ma per costruire un rapporto di fiducia e una vera relazione.


L'articolo originale è stato pubblicato su Il Secolo XIX

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©2019 Cani&Umani di Diana Letizia e Zeina Ayache